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PAOLO PERINI: Festival del giornalismo 012, impressioni

PAOLO PERINI: Festival del giornalismo 012, impressioni

Dell’International Journalism festival di Perugia e dei quattro giorni passati insieme a Simone, Michela e a Vera e Sonia restano alcune considerazioni generali, alcune immagini felici e un altro mattoncino alla mia personale consapevolezza.

A differenza degli altri compagni di viaggio, a causa di passate esperienze lavorative, avevo già avuto a che fare con grandi esponenti del giornalismo italiano, avevo già posto domande scomode o calzanti, avevo già partecipato a discussioni generali e sul ruolo del giornalista, avevo già distribuito il mio nome con la speranza che il giorno seguente, qualcuno si fosse ricordato di me con la speranza che quel qualcuno si fosse interessato al mio impegno. Partiamo da un punto fermo che fa lustro al festival ma sopratutto a tutta la classe dei giornalisti italiani: festival del giornalismo non è stato un accolita di professionisti pronti a darsi pacche sulle spalle e a farsi facili quanto scontati e inutili discorsi retorici, ne è stato un insieme di incontri rivolti esclusivamente al pubblico, una sorta di carrozzone di internamento. Si sono trattati i veri problemi del giornalismo italiano contemporaneo, dalla difficoltà dell’amalgamare il citizen journalism e le nuove immense opportunità documentaristiche ed espressive offerte dagli strumenti web e digitali, al precariato crescente e alla conseguenza povertà e ricattabilità dei collaboratori. Non ci siamo fatti sconti, noi giornalisti. A Perugia non sono certo mancati i soliti salottini con gli inevitabili spettacoli oratori dei famosissimi intrattenitori di folle come Saviano, Zucconi, Travaglio ecc, ma certo il festival è stato molto di più di questo, è stato una cosa seria, ma non pesante ne noiosa. Per me è stata l’ennesima presa di coscienza che un mestiere come quello del giornalista, che non è codificato, ne può essere proprio ormai dei soli giornalisti tradizionali, è tutt’altro che facile, a meno che non si decida di essere faciloni. Tuttavia, proprio per questa sua intrinseca caratteristica di facile accessibilità, questo mestiere si tramuta con sempre maggiori difficoltà in un vero e proprio lavoro, che possa “darti da mangiare”. E d’altronde i giornalisti veri, sono assai più proni al potere dei loro editori, alle decisioni spesso discutibili dei loro direttori, alle direttive dei loro capiredattori, di quanto si possa immaginare se si pensa che il giornalismo sia quella roba lì che ho visto al festival. No, il giornalismo vero non è purtroppo quella bella roba lì. Non è discussione dei problemi della professione, non è autocritica costruttiva, non è facile e gioiosa accettazione del mondo digitale e dei blogger. Perugia ha dimostrato tuttavia che viviamo in un periodo storico di veri cambiamenti radicali della società che si riverberano sulla professione. La società è stata particolarmente presente al festival è questo mi ha fatto molto piacere. Era più facile parlarci addosso, parlare solo di noi stessi. Invece, i giornalisti hanno scelto di parlare dei loro problemi e della loro professione parlando degli altri, cioè dei cittadini, cioè della società. Questo credo che sia l’elemento di maggior valore del festival del giornalismo, nonché l’immagine più bella che conservo dei 4 giorni di Perugia. Ipn, cioè noi, siamo stati proprio questo, e in questo a mio parere abbiamo esattamente interpretato il nostro ruolo: essere voce, microfono degli eventi, e non microfono e voce di noi stessi. Questo, in fin dei conti, dovrebbe essere proprio il ruolo del giornalista.

Coscienza critica che da voce al prossimo.

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